Fuga dalle urne, imbarazzante vulnus alla democrazia. Proposta una riforma “rivoluzionaria”.


Un’emittente televisiva, galeotta, qualche giorno fa ha (ri)trasmesso il famoso film “Qualunquemente” che racconta, con un impareggiabile Antonio Albanese, le promesse del candidato Cetto La Qualunque del “Partito du Pilu”, agli elettori. Confrontarle con quelle che si ascoltano realmente da qualche tempo nei talk show, in questa sgangherata campagna elettorale, soprattutto con Berlusconi e Salvini e tutti gli altri della compagnia cantando, è cosa assai spassosa ma anche altrettanto deprimente. Perché è impossibile stabilire qual è la parodia. Massicce promesse tra l’utopico ed il demenziale con una forte dose di superficiale irresponsabilità. Intollerabile inganno a tutti gli elettori. Che, in massa, anche per questo, hanno intenzione di non votare. I sondaggi, infatti, non lasciano margini all’ottimismo: il 4 marzo si corre il rischio che la metà degli elettori non vada a votare. Delegittimando, di fatto, il nuovo parlamento. D’altronde la maggioranza dei cittadini è disgustata dalla politica, meglio: da questo modo di fare politica, dagli interpreti (spesso impresentabili da qualsiasi punto di vista) alle modalità di governare il Paese nelle sue articolazioni istituzionali. A questo si deve aggiungere che la nuova legge elettorale, il cosiddetto “Rosatellum”, è in più punti incostituzionale. In stridente contrasto, soprattutto, con il secondo comma dell’art. 1 laddove c’è scritto, con una solennità che non ammette incertezze: ”La sovranità appartiene al popolo”. Vuol dire che a decidere devono essere i cittadini-elettori. Così non sarà, perché la sovranità se la sono presa i segretari dei partiti che ci imporranno i propri candidati, a noi il compito di avallare le loro scelte, fatte, peraltro, dopo indecenti bagarre contrattuali per trovare seggi sicuri dove imporre il candidato più impresentabile. Una squallida arroganza che penso non abbia uguali in altre democrazie. Un mercato dell’antiquariato (anagrafico e politico) raccontato dai media in questi giorni. Seppure i malumori siano più che fondati e del tutto comprensibili, non è cosa buona non votare, perché vuol dire rinunciare ad un diritto (una volta era anche un dovere) seppure come abbiamo visto, zoppo e menomato. Di tanto in tanto c’è qualcuno che solleva il problema, perché non v’è alcun dubbio che il fatto che quasi la metà degli elettori non partecipi alle elezioni sia un vulnus alla democrazia. Che interessa però poco i politici che infatti non fanno nulla per cercare una soluzione. Vedrete, come sempre, ne parleranno, pure svogliatamente e solo per qualche minuto, nelle trasmissioni dopo il voto, poi oblio assoluto. In fondo, vogliono proprio questo: che a votare ci vadano solo i fedelissimi, quelli di cui si possono fidare e di cui sanno l’orientamento. Chissà che belle sorprese ci sarebbero se andassero (quasi) tutti a votare. Come è avvenuto con il referendum. Eppure ci sarebbe un modo per costringerli ad interessarsi della questione. Come? Se si riuscisse a fare una piccola ma importantissima riforma della Costituzione, al secondo comma dell’art. 56 e 57. Laddove si dice che i deputati sono 630 e i senatori 315. Aggiungendo a quei commi che “il numero definitivo sarà determinato dalla partecipazione al voto degli elettori”. Ciò starebbe a significare che se a votare ci andrà il 50% i seggi e gli eletti sarebbero ridotti del 50% , vale a dire 315 deputati e 158 senatori. Questa rivoluzionaria riforma avrebbe almeno due concreti, immediati e significativi vantaggi: ridurre il numero dei parlamentari, con i relativi ingenti costi; costringere i segretari dei partiti a scegliere con maggiore serietà (o se preferite: con un minimo di serietà) i candidati, escludendo così definitivamente gli impresentabili, per evitare che gli elettori, disgustati, non vadano a votare, facendo così perdere seggi. Anche il non voto, in questo modo, finalmente, avrebbe acquistato la dignità che merita.

Fortunato Vinci - (Asi)

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