La filiera lunga, costosa e inutile della burocrazia italiana, innanzitutto nella sanità
Certamente
sarà capitato a tutti di sentire, e vedere in tv, qualche gioioso e gongolante
parlamentare rivelare a noi, a noi spettatori, che non c’entriamo e non
contiamo nulla, che siamo sopraffatti dalla burocrazia e che bisogna
combatterla. Una verità assoluta. Ma è lui (o lei, ovviamente) che avrebbe
dovuto farla questa battaglia, è stato per questo (chissà, lo avrà capito?) che
è stato eletto e mandato in Parlamento. Ma siccome si tratta di modesti e
penosi mestieranti, sanno solo parlare, promettere e imbrogliare. Così non
succede mai nulla, a parte quella patetica sceneggiata, nel 2010, di Roberto
Calderoli, allora ministro per la Semplificazione normativa del governo
Berlusconi, che, nel cortile di palazzo Vidoni, diede fuoco a scatoloni
contenenti, secondo quello che disse allora: 375.000 leggi e atti normativi,
considerati inutili e obsoleti. Quella che voleva rappresentare la battaglia della
Lega alla burocrazia fu, ovviamente, solo inutilmente simbolica, in quanto
nessuno si è accorto di nulla. Per la cronaca, e per i più smemorati, ricordo
che Roberto Calderoli è lo stesso che qualche anno fa ha concepito una legge
elettorale che lui stesso ha poi detto “che fosse una porcata lo si sapeva fin
dall’inizio”: geniale! Ma Calderoli (sempre per la cronaca) è ancora al
governo; ora è seduto al ministero per gli Affari regionali e le Autonomie. E, ora,
si batte per un’altra porcata: le autonomie differenziate alle regioni. La
dimostrazione che nel nostro sventurato Paese chi, in politica, dimostra di
valere, come Calderoli, è bene tenerlo sempre nei gangli farraginosi delle
istituzioni. In questo mare magnum burocratico in cui siamo costretti a
navigare ogni giorno c’è una procedura particolarmente odiosa e insopportabile,
ed è quella della sanità. Cerco di semplificare (almeno io, e, non essendo
della materia, rischio pure qualche imprecisione): un cittadino che sta male e
va all’ospedale, (o dal dentista o dall’oculista, etc.) riceve le cure con le inevitabili
prescrizioni di farmaci, alcuni di questi, per patologie ritenute gravi, sono
mutuabili, cioè a carico del Servizio sanitario nazionale. Succede, però, che con
la ricetta dello specialista, anche se si tratta di un medico di un ospedale
pubblico, non si ha diritto, pur con la tessera sanitaria, alla gratuità, ci si
deve presentare dal farmacista necessariamente con la ricetta del medico di
famiglia, o di base, o come diavolo si chiama adesso. Così si costringe il
medico di base, per non far pagare il medicinale al paziente, a prescrivere un
farmaco che potrebbe anche non conoscere, fargli così assumere responsabilità
di notevole gravità, oltre ai disagi e le lungaggini per il paziente. Come si
fa a far capire che si dovrebbe togliere il passaggio del medico di base, il
quale, peraltro, nella circostanza, diventa solo un umiliante passacarte? Il
paziente con la prescrizione del medico dell’ospedale (o dell’oculista o del
dentista di fiducia) potrebbe, invece, andare direttamente in farmacia e, con
la tessera sanitaria, ritirare il farmaco, gratuitamente o pagando il ticket, e,
contestualmente, l’acquisto di quel farmaco essere segnalato, ora che è
possibile fare quasi tutto online, al medico di famiglia perché ne sia
informato e ne prenda diligentemente nota. È impossibile fare questa
sconvolgente e rivoluzionaria semplificazione? Peraltro, non ho ancora capito
perché l’Ordine dei medici non si opponga all’attuale procedura, che, a me,
profano, sembra del tutto assurda, lunga e inutile, dal punto di vista pratico,
ma, ancor di più, dal punto di vista sanitario e professionale.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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