I nodi, i tradimenti e le tentazioni di Giorgia Meloni
Le conseguenze di quella valanga di
no al referendum stanno mettendo a dura prova Giorgia Meloni e il suo governo.
Perché è chiarissimo che non è stata bocciata solo la legge costituzionale che voleva
riformare i 7 articoli della Costituzione, è stato bocciato il governo. Di
questa amara realtà ne ha dovuto prendere atto, prima di tutti, la presidente
del Consiglio. Che, accusato il colpo, ha reagito imponendo le dimissioni al
sottosegretario Delmastro, alla ministra Santanchè e al capo di gabinetto di
Nordio, Bartolozzi, ma i problemi, che sono tanti, e tutti complessi, non sono
affatto risolti con la ramazza, tanto che è pure venuta la tentazione di dare
le dimissioni. “Non rimango qui ad ogni costo – ha detto, amareggiata, Meloni -
o le cose funzionano bene o io non resto
abbarbicata, non ne ho motivo”. Il drappello dei giornalisti servizievoli hanno
scritto che sarebbe meglio dare le dimissioni, e andare alle elezioni
anticipate, piuttosto che farsi rosolare a fuoco lento fino al prossimo
appuntamento elettorale di settembre 2027. Le cose non stanno affatto così.
Certo, può pure dare le dimissioni, ma non è affatto certo, anzi e molto difficile,
che si vada alle elezioni anticipate. Sergio Mattarella, cui spetta lo
scioglimento delle Camere, proverà a vedere, come è peraltro previsto dalle
norme vigenti, se ci sono altre maggioranze in Parlamento e le troverebbe quasi
sicuramente, non per questioni meramente politiche, che non interessano a nessuno,
ma per una ragione meno nobile e semplicissima: i parlamentari che non arrivano
ai quattro anni e sei mesi di mandato, che si raggiungono il 14 aprile 2027,
non hanno diritto al vitalizio, dunque una maggioranza, tra tutti coloro che
non vogliono perdere questo vergognoso privilegio, si trova sicuramente. Vuol
dire, dunque, che, comunque, non ci saranno le elezioni anticipate, come
qualche sprovveduto aveva previsto, addirittura il 7 giugno prossimo, ma a fine
legislatura, settembre 2027. E, allora, se questa è la situazione, come mai Giorgia
Meloni ha mostrato segni di cedimento? Perché i nodi sono venuti al pettine, le
amicizie vanno bene per le cene e le scampagnate, ma per governare ci vogliono
capacità che mancano in molti del suo governo e nei partiti della sua
maggioranza, che pensano più (per non dire solo) al consenso elettorale più che
al governo. Matteo Salvini, segretario
della Lega, oltre che ministro, va a Messina a magnificare il “ponte della pace”
quando tutti sanno che, ammesso che si possa veramente fare, è uno spreco enorme
e del tutto inutile, e diventa, in zone in cui mancano le cose essenziali,
dalla sanità ai trasporti, una provocazione intollerabile. Ma non c’è nessuno
che riesca a spiegarlo alla presidente del Consiglio? Con Forza Italia è
difficile pure trovare l’interlocutore giusto dopo gli interventi di Marina e
Pier Silvio Berlusconi, che hanno ribadito, a chi se lo fosse dimenticato, di
essere loro i padroni del partito, mentre Antonio Tajani, che ufficialmente è segretario
e pure ministro, sembra avere un ruolo del tutto secondario, quello che può
avere colui cui viene dato un bene in comodato gratuito. Se a tutto questo si
aggiungono le richieste insistenti per finanziamenti a pioggia che provengono
dagli imprenditori e dai sindacati, con i nodi ancora irrisolti dell’economia, elencati
sul Corriere della Sera da Francesco
Giavazzi, il tutto in uno scenario internazionale sempre più pericoloso, ingarbugliato
e complesso, allora si capisce lo sconforto e la tentazione di gettare la
spugna di Giorgia Meloni. Ma sarebbe dare l’addio definitivo a palazzo Chigi.
Fortunato
Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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