Un'idiozia il metal detector a scuola, serve altro per i malesseri dei giovani

 

La sola idea di mettere nelle scuole i metal detector suscita stupore e preoccupazione. Perché è un’idiozia. Non solo e non tanto perché è del tutto inutile, non solo e non tanto perché a scuola non ci vanno i delinquenti, ma soprattutto perché significa che questi politici, decisamente scarsi, non si sono ancora resi conto dei problemi della gioventù di oggi. Ed è gravissimo. Invece di meditare sui pessimi esempi che danno, con una società violenta in tutte le sue manifestazioni, pensano a come vietare la vendita dei coltelli o come proibire ai ragazzi di portare il coltello a scuola. Cominciano dalla fine del problema; coinvolgendo la scuola che, invece, ha altre questioni da risolvere, di cui non si parla quasi mai. A scuola sta avvenendo - secondo quello che sento raccontare da alcuni studenti, compreso mio nipote che frequenta la seconda classe del Liceo scientifico - quello che avviene nei rapporti della società civile con la politica: una netta divisione, con in mezzo il baratro. L’episodio tragico di La Spezia, con l’assassino di Aba che dice “di questa vita non so che farmene, in questo mondo non sto bene”, è la dimostrazione di un disagio diffuso, generalizzato, che non si è capaci di cogliere e non si è capaci di dominare e contrastare. E non si pensi che le violenze frequenti fra giovani siano un fenomeno casuale di cui si possa fare carico solo la scuola; si deve procedere con fermezza, ma nello stesso tempo risalire alle cause, la scuola può fare certamente la sua parte, ma servono interventi mirati e specifici. Quell’uso perenne del telefonino, anzi dello smartphone, non è come potrebbe sembrare una moda, è, invece, un indizio preciso e inquietante di un malessere, è una fuga dalla realtà, da quel mondo che circonda i giovani, e non li capisce, non tenta il dialogo, rimane estraneo, assente, muto, in un atteggiamento quasi conflittuale. Tutto ciò è gravissimo, pericoloso e assurdo. Mancando il confronto, la comprensione e l’amicizia, quell’oggetto della tecnologia, utile e, a volte, straordinario e prezioso, diventa diabolico e provoca dipendenza, in due mondi paralleli che stentano a incontrarsi. Ma perché succede? Le responsabilità vanno divise tra la società, la famiglia e la scuola. Vediamo il ruolo e le colpe della scuola. I docenti, al di là delle considerazioni dell’opinione pubblica e, soprattutto, della politica, che non capisce, sono trattati come una specie di parcheggiatori, messi lì per tenere i ragazzi, per qualche ora, in classe, e ai quali, di conseguenza, dare una miserabile retribuzione, hanno una funzione delicata, importante, decisiva per la crescita e il futuro del Paese. Formare le nuove generazioni, non solo dal punto di vista culturale, ma anche come cittadini, per l’insegnante è compito estremamente delicato e complesso.  Si tratta di doversi, e sapersi, rapportare con persone che a scuola devono costruire, forgiare, sviluppare una personalità in evoluzione e lo devono fare insieme con il professore, il quale, a sua volta, ha tanti, spesso anche troppi, soggetti, tutti diversi per capacità, attitudini, volontà e sensibilità. E nel mentre deve sapersi porre davanti a loro con autorevolezza, deve, nel contempo, sapersi adeguare lui ai ragazzi, per ottenere, con la credibilità, la stima e l’umiltà, il massimo rendimento. Se questo è il “mestiere” di insegnante, per farlo con successo, oltre ad una adeguata preparazione professionale, che, ovviamente, è una precondizione, ci vuole voglia e passione. Fare l’insegnante deve essere una scelta di vita, perché ci si deve rendere conto che non si tratta di un lavoro qualsiasi. Chi, non sapendo e potendo far altro, diventa insegnante per ripiego, fa una scelta infausta e disastrosa, per sé e per gli sventurati discenti. Si sente spesso, troppo spesso, raccontare di queste imbarazzanti situazioni. I ragazzi si accorgono subito e ne soffrono, ma non potendo fare niente rifuggono il dialogo e si chiudono in sé stessi, avventurandosi in universi sconosciuti, con conseguenze, molte volte, devastanti.     

Fortunato Vinciwww.lidealiberale.comAgenzia Stampa Italia


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