Giorgia, la ragazza della Garbatella, in alto mare, tra pescecani

 

Qualche giorno prima delle elezioni del 25 settembre 2022, che rappresentarono l’exploit politico di Giorgia Meloni e del suo centrodestra, scrissi che non avrei votato Meloni perché, con lei, c’erano, a rendere travagliata la sua (e nostra) avventura politica, due pescecani che rispondevano ai nomi di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Berlusconi ha abbandonato presto il proscenio, lasciando al suo posto il delfino Antonio Tajani che naviga, felice, nell’acquario degli eredi del cavaliere, la Fininvest, mentre Salvini è rimasto a fare quello che avevo previsto, cioè il guastatore e che non potendo fare di peggio ha trovato un altro squalo, nominato suo vice, il generale, a tempo perso pure europarlamentare, Roberto Vannacci. Il tandem della disperazione, oltre che per Giorgia anche per i leghisti, e non parliamo di noi italiani. Come se non fosse già problematica la situazione interna, Giorgia Meloni, navigando in mare aperto, si è fatalmente imbattuta in un altro pescecane, più grande, più feroce e più pericoloso, Donald Trump. E la navigazione è diventata a questo punto addirittura drammatica. Perché la Meloni vorrebbe stargli vicino, condividere le sue idee, mantenere un’alleanza che è di estrema importanza per l’Italia, ma lui, da predatore qual è, pensa sempre alle prede, che anestetizza con il suo veleno preferito, il dazio. Il problema è che non è mai sazio e Meloni fa fatica a stargli dietro. Qualche volta prova (dice lei) a redarguirlo, ma lui non ci pensa di ascoltarla e punta, con estrema decisione, i suoi obiettivi: non si cura dei ghiacci, e della Danimarca, e vuole la Groenlandia, non si cura dell’indignazione generale e vuole il Canada, non si cura del ridicolo e vuole il Nobel per la pace. La Meloni, disperata, sopra una zattera con i soli, e fidati, Giorgetti e Mantovano, è in evidente difficoltà perché vorrebbe essere lei a mediare nei rapporti turbolenti tra Eu e Stati Uniti, ma Trump è imprevedibile oltre che incontenibile nelle sue brame espansionistiche, e i disagi, per lei e per l’Europa, frammentata e divisa, sono evidenti; nonostante il sostegno, nell’opinione pubblica, della truppa di scribacchini che qualcuno chiama lustrascarpe, qualche altro pennivendoli, che, però, essendo iscritti all’Ordine risultano, ufficialmente, tutti giornalisti, seppure prêt-à-porter, che scrivono mettendo prima le opinioni (si fa per dire) e poi, eventualmente, i fatti. Oggi, per esempio, all’unisono, si sono scatenati contro Emmanuel Macron, presidente della Francia: galletto, grande fanfarone, pinguino, preso in giro pure per gli occhiali ordinati dall’oculista per un’infezione, sol perché, a Davos, si è permesso di alzare la voce e dire che l’Europa non deve essere “vassalla” di Trump. E, oggi, a Davos, arriva Trump, seppure in ritardo per un guasto all’aereo, e c’è l’allerta per nuovi, possibili, intensi fenomeni politici.

Fortunato Vinciwww.lidealiberale.comAgenzia Stampa Italia


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