Le polemiche sulla riforma della giustizia che rischiano di ingannare gli elettori
Sui
giornali e in tv, il confronto sulla riforma costituzionale della giustizia,
aspro e fuorviante, rischia di degenerare, disorientando gli elettori chiamati
alle urne (forse) il 22 e il 23 marzo, per confermare o meno, con il
referendum, la legge di riforma della giustizia. Non solo e non tanto per i
toni, a volte inutilmente accesi, quanto su alcune richiami che nulla hanno a
che vedere con la riforma. Come ricordare gli errori dei magistrati passati e
presenti. L’ultima discutibile decisione dei giudici - anche questa criticata
aspramente - è stata la condanna di un
vicebrigadiere dei carabinieri a tre anni di carcere, con una provvisionale di
125.000 euro, per aver sparato e ucciso un ladro che aveva aggredito e ferito
un collega. Sono convinto pure io che sia stato un errore la condanna, da cui è
poi scaturito il risarcimento dei danni che dovrà pagare il carabiniere e la
sua famiglia, che si immagina sia di condizioni economiche modeste, tanto che
un giornale ha pensato ad una pubblica sottoscrizione che ha già avuto enorme
successo. Detto questo, però, è doveroso fare due puntualizzazioni: la prima è
che questo fatto con la riforma non c’entra assolutamente nulla. La seconda è
che se nel futuro, con o senza riforma, si vogliono evitare situazioni di
questo genere bisogna avere il coraggio di modificare la legge; specificando
che la difesa, con qualunque mezzo, in ogni caso, è sempre e comunque consentita
e legittima se si viene aggrediti, in casa e fuori. In questo modo il giudice non
potrà più condannare nessuno ed eviteremmo anche di sentire l’immancabile
Matteo Salvini, che, invece, di cambiare la legge, ogni volta, esprime “solidarietà”
ai condannati, come ha fatto - ormai intollerabile - anche in questa occasione.
Entrando nel merito della riforma, invece, la prima cosa che bisognerebbe dire
è che la separazione delle carriere, doppio Csm con membri togati sorteggiati e
istituzione di un’Alta corte disciplinare con sanzioni inappellabili, non
risolve nessuno dei due principali problemi che affiggono la giustizia e la
vita degli italiani: gli errori e le lungaggini. Una legge che non aveva
nemmeno ragione di essere se la questione fosse stata, come si è sempre detto,
quella di eliminare le correnti che condizionano le decisioni e le carriere dei
magistrati, sarebbe bastato, semplice e facile, decidere il sorteggio delle
cariche all’interno del Csm. Evidentemente, però, visto il livore e l’acredine
con cui si sta affrontata la contesa, ci deve essere qualcosa di più e di
diverso che la legge non dice, ma che i promotori della legge, il ministro
della Giustizia, Carlo Nordio, in primis,
hanno, evidentemente, intenzione di fare.
Non corrisponde al vero spiegare gli errori con il fatto che i pm sono
colleghi dei giudici e stanno, pure, nello stesso Ordine. E, quindi - si
sostiene - sono in grado di condizionare pesantemente i colleghi giudici, al
punto che le sentenze diventano una specie di copia e incolla delle richieste
della procura. A smentire queste ardite supposizioni è stato, tra gli altri,
anche il prof. Franco Coppi, che ha dichiarato di non aver mai perso una causa
solo perché il giudice si era fatto condizionare dal pm “che aveva la stessa
casacca”. In un maxi processo, che si è tenuto in Calabria, ho avuto modo di
verificare che il 40% delle sentenze sono state diverse dalle richieste dei pm.
Mi pare abbastanza evidente, dunque, che si tratti di una tesi senza
consistenza. La verità è che la gran parte degli errori si sono verificati (escludendo
ovviamente quelli commessi con dolo che non sono errori) per colpa grave sia
dei pm che dei giudici, perché ci sono state toghe incapaci, impreparate,
superficiali e pasticcioni. E se tutta la magistratura non farà un salto di
qualità, dal punto di vista della scrupolosa professionalità, gli errori
continueranno ad esserci, come prima, con o senza riforma. Un altro aspetto
importante, da valutare con la dovuta attenzione, è che c’è un rischio, quello
più temuto dall’opinione pubblica e opportunamente segnalato da alcuni docenti
universitari oltre che dai magistrati, ed è che quando ci saranno i magistrati inquirenti
da una parte e i giudicanti dall’altra, il potere politico potrebbe prevalere
sui magistrati inquirenti. Nel senso di intervenire sulla obbligatorietà dell’azione
penale, un principio che garantisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di
fronte alla legge, escludendo margini di discrezionalità nell’avvio delle
indagini. Nella riforma, in realtà, non c’è nulla che preveda questo; ma il
potere politico potrebbe intervenire, se non in maniera diretta e palese, con
modalità più o meno subdole, come, per esempio, la possibilità di imporre ai pm
(con legge ordinaria) di dare la precedenza a perseguire alcuni reati invece di
altri, giustificando la decisione come scaturita da motivi di ordine pubblico.
Nella riforma, infine, non c’è nulla per risolvere o almeno ridimensionare,
quanto possibile, i tempi lunghi della giustizia, così lunghi da far perdere,
assai spesso, il senso e il significato stesso di giustizia. A questo punto è
legittimo chiedersi: allora che è stata fatta a fare questa riforma che non
riforma nulla, che certamente non serve ai cittadini e nemmeno ai magistrati?
Andrebbe chiesto a Carlo Nordio, ministro del Giustizia, padre putativo della
riforma. Pure il presidente del Senato, Ignazio La Russa ha detto che “il gioco
non vale la candela”. Sempre che il gioco, che costa comunque (per il
referendum) 400 milioni di euro, non serva a qualcuno che voglia alterare il
delicato equilibrio dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario, saggiamente
voluto dai padri costituenti e solennemente richiamato nella Costituzione.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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