La rilevazione dell'inflazione con il "paniere" dell'Istat e gli aumenti del nuovo anno

 

Capita spesso che chi va a fare la spesa al supermercato si fermi, sorpreso e amareggiato, nel vedere i cartelli dei prezzi che indicano che i beni, soprattutto quelli primari, i generi alimentari, aumentano, in maniera esagerata, giorno dopo giorno, poi torna a casa e gli capita di ascoltare in Tv, o trovare su qualche giornale, le dichiarazioni del politico di turno che con la faccia tosta, di cui fa smoderato sfoggio, racconta che tutto va bene e che non bisogna preoccuparsi del caro prezzi perché il governo provvederà a rivalutare salari e pensioni per il recupero dell’inflazione. E, allora, incuriosito, il nostro signor nessuno, quando sarà il momento, andrà a vedere il cedolino della retribuzione o della pensione e non riuscirà a trovare novità interessanti: solo briciole, elemosine umilianti. Questa specie di orribile e intollerabile gioco beffardo avviene perché l’Istat, l’Istituto centrale di statistica, non calcola l’inflazione sui beni di prima necessità, ma su una spesa virtuale, immaginando un “paniere” di ben 1944 beni e servizi come consumo medio delle famiglie e determinata, su tutte le variazioni dei prezzi di quei beni (che hanno però, è doveroso precisare, un peso diverso all’interno di quel “paniere”) il tasso d’inflazione. L’ultimo, quello sull’inflazione “programmata”, per il 2026, è dell’1,5 % e su questo aumento verranno adeguate, ogni tanto, le cosiddette rivalutazioni di salari e pensioni. È successo, però, che i generi alimentari abbiano avuto, secondo sempre i dati Istat, un incremento di prezzo medio complessivo, dal 2021 al 2025, del 25% con picchi per verdure (+32,7%), latte, formaggi e uova (+28,1%), pane e cereali (+25,5%). E le famiglie italiane fanno la spesa almeno una volta la settimana e quei beni di prima necessità li devono necessariamente comprare tutte le volte, mentre il cono gelato, il topper materasso, lo speck da banco o le spazzole tergicristalli, che sono tra gli ultimi beni entrati nel “paniere” verranno acquistati, se verranno acquistati (il topper materasso non so nemmeno cosa sia) qualche volta. Lo squilibrio, come si evince con estrema facilità, è enorme. Diventa addirittura abissale in questo 2026 con le scellerate decisioni degli aumentati trovati nella manovra di Bilancio appena approvata. Cominciando dalle accise sul gasolio: 4,05 centesimi in più al litro, un pieno di 50 litri, considerando che c’è da aggiungere pure l’Iva al 22%, costerà circa 2,47 euro in più. Così siamo il Paese con le accise più alte d’Europa. Questo è l’antipasto, poi siccome le compagnie di assicurazioni hanno ottenuto utili netti di pochi miliardi (Generali 3,724 miliardi, Unipol 1,23 miliardi in nove mesi, etc.) è necessario aiutarle un po’, così la Rc auto è salita dal 2,5% al 12,5%. A questo proposito il Codacons ci aveva già informato che, rispetto al 2022, il costo medio di una polizza aveva subito un rincaro complessivo del 17,5% passando da una media di 353 euro a 415 euro e ora bisognerà aggiungere i nuovi rincari. Tra un po’ costerà più l’assicurazione che l’automobile. Una pacchia per le assicurazioni.  Per gli automobilisti, invece, c’è pure un aumento del pedaggio autostradale dell’1,5%. I fumatori, in questi giorni, troveranno le solite sorprese dal tabaccaio. Lo Stato si è inserito anche nella tassa di soggiorno, aumentata fino a 7 euro per i comuni ordinari e fino a 12 euro per le città d’arte, ma la metà di questi aumenti andrà, appunto, allo Stato. I contribuenti residenti in Umbria, inoltre, pagheranno più degli altri per l’aumento straordinario dell’addizionale regionale Irpef, deciso, senza alcuna convincente motivazione, dalla giunta di sinistra di Stefania Proietti: un “ricco” pensionato con 36 mila euro subirà, in tre anni, una maggiorazione di Irpef di 750 euro. Avrà una diminuzione di 160 euro l’anno per la riduzione dell’aliquota Irpef del secondo scaglione di reddito, dal 35% al 33%, il “miracolo” di Giorgia Meloni, sbandierato urbi et orbi in tutti i talk show del casato, ma con l’aumento di 250 euro per l’addizionale regionale il “ricco” pensionato si troverà a pagare 90 euro in più. Una beffa intollerabile. Certi politici mi ricordano, con infinita tristezza, quei poveretti che, a Napoli, nelle piazze, sui banchetti, fanno il gioco delle tre carte. Sembrano meglio. 

Fortunato Vinciwww.lidealiberale.comAgenzia Stampa Italia


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