La telefonata, di Meloni a Descalzi, che allunga...lo sconto dei carburanti. Ma ci sono più tasse con i prezzi alle stelle
È
cominciato l’anno delle sorprese e delle intense emozioni. E, da adesso, fino alle
elezioni, primaverili o autunnali, sarà sempre così. Dopo l’improvvisa, e
inaspettata, cancellazione del bollo auto, ora anche il blocco del prezzo dei
carburanti. Giorgia Meloni è scatenata. Decisa a rispondere, con moneta sonante,
nel senso più ampio e concreto del termine, ai sondaggisti del malaugurio che
la danno perdente al prossimo appuntamento elettorale, lei e i suoi fedeli alleati
lillipuziani. Eccola, allora, scendere in campo personalmente, per disorientare
di più il centrosinistra, ancora meditativo sulla (ennesima) patrimoniale,
senza programma elettorale e anchilosato sull’enigma shakespeariano delle
primarie. A palazzo Chigi, invece, c’è un frenetico dinamismo, mai visto
finora. È avvenuto così l’atto lodevole,
come lo ha definito il governo, da parte di Claudio Descalzi, amministratore
delegato dell’Eni. La compagnia
petrolifera dello Stato, di sua sponte, ha deciso di bloccare i prezzi: per la
benzina a 1,99 euro e 2,19 euro per il diesel, in tutti i distributori con
marchio Eni e Enilive, da domani e almeno per 30 giorni, prorogabile sino a
fine anno. Ciò è avvenuto, è stato sottolineato, in piena autonomia e senza
pressioni. Certamente. Nessuno pensava il contrario. C’è solo di ricordare che
l’Eni è dello Stato (in verità, ho qualche azione pure io, ma io non conto e
decido nulla, così finirà che prenderò qualche centesimo in meno di utile,
pazienza, per la patria questo e altro) e Claudio Descalzi è stato rinnovato
nel suo incarico, da questo esecutivo, lo scorso maggio, per la quinta volta
consecutiva. E che le telefonate, tra Meloni e Descalzi, sono frequenti, anche
perché, sul problema dei carburanti, i due si sono sentiti spesso; e poi ci
sono stati i viaggi in Africa a cementare questa relazione. Quindi, ora, ci
sarà il price cap. Anche se la
decisione ha provocato malumori e qualche problema sulla rete di distribuzione.
Forse, però, si poteva e si doveva fare meglio e di più. Riguarda un dettaglio,
sfuggito, non si sa come e perché, a Giancarlo Giorgetti, ministro del tesoro e
pure alla presidente Giorgia Meloni. Un dato che trascurano, sempre, i politici
ed è che il prezzo finale dei carburanti è così alto non (solo) per le guerre e
il prezzo del brent, è così perché lo Stato, con le accise e l’Iva, mette una
tassazione intollerabile, vergognosa e vessatoria: dal 52 al 55%. Significa che
con i prezzi a 2,5 euro al litro per il diesel e 2,245 euro per la benzina, il
tesoro incassa decine, forse centinaia di milioni in più di Iva, che ha
un’aliquota del 22%. Infatti, mentre le accise sono fisse, l’Iva varia con il
variare dell’imponibile, che è formato dal costo industriale del carburante più
le accise: l’imposta sulla tassa, ma questa è un’altra cosa anomala, indecorosa
e illegittima, anche se è “approvata” dall’Ue. Dunque, con il prezzo alle
stelle, ci sono maggiori, sostanziosi introiti di Iva. Perché allora, invece di
questi appelli disperati a bloccare i prezzi, invece del gesto “eroico”
dell’Eni e, a rimorchio, l’auspicio che lo facciano tutte le altre compagnie, perché,
invece di fare questa patetica sceneggiata, con la miserabile riduzione di centesimi
di accise, giorno per giorno, non si riduce drasticamente il peso fiscale,
ormai insopportabile, diminuendo l’aliquota Iva? È possibile farlo perché
adesso si sta incassando di più, si può fare perché il nostro padre padrone,
che sta a Bruxelles, ci impone, per l’Iva sui carburanti, un’aliquota minima
del 15%. D’altronde, la Francia, ha l’Iva al 20% e la Germania, ancora meno, il
19%.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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