Mercato dei voti: da Trump ai banchetti della politica nostrana, con Meloni & Salvini

 

Lo spettacolo messo in scena da Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, è sconcertante, e pure un pochino immorale. Ha promesso di dare cinquemila dollari a ogni adulto in caso di vittoria al midterm, le elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. È l’acquisto palese, disinvolto e sfacciato del voto. Noi, qui in Italia, siamo rimasti un po’ sorpresi, non perché abbia fatto questa proposta indecente, ma perché ha copiato quello che, da noi, si fa già da tempo. In un Paese democratico normale, gli elettori si recano alle urne per scegliere, tra i vari partiti e i vari candidati, quelli che hanno presentato il programma elettorale più serio, convincente e fattibile, e che promettono di realizzarlo in caso di vittoria. È, però, anche necessario, che l’impegno venga assunto da persone affidabili e autorevoli. Ecco, da noi non c’è (quasi) nulla di tutto questo. E, allora, la metà degli italiani non va più nemmeno a votare. Ma questa situazione non preoccupa lor signori, anzi: così vanno alle urne i più fidati e riconoscenti. Più avanti si capirà perché riconoscenti. La strategia per arrivare alle elezioni, e sperare di vincerle, è arcinota e ben collaudata. Prima si interviene sulla legge elettorale e poi si faranno tutti quei provvedimenti necessari per comprare i voti, ma, a differenza di Trump, qui l’acquisto avviene con denaro pubblico. Sulla nuova legge elettorale, in votazione alle Camere, faremo qualche considerazione dopo aver letto il testo definitivo, ma da queste prime notizie sembra esserci qualche profilo di incostituzionalità. C’è, poi, la legge di bilancio, l’ultima della legislatura, con la quale - è prassi consolidata - verranno distribuite risorse pubbliche, a pioggia, senza scrupoli e senza limiti. Lo vedremo nei prossimi mesi. Intanto c’è la flat tax. Per consentire a tutti di avere piena consapevolezza, e, rendersi conto di quello che avviene, basta fare qualche semplice calcolo. E, i più deboli, è bene che si mettano seduti. Facciamo il confronto, nel pagamento dell’Irpef, tra un lavoratore dipendente o pensionato che abbia un reddito di 85.000 euro e lo stesso reddito lo abbia un professionista autonomo, partita Iva, uno dei circa 2 milioni che hanno scelto la flat tax. Mentre l’imposta per i primi si calcola utilizzando le tre aliquote progressive degli scaglioni di reddito 23%,33% e 43% con un’imposta da pagare di 28.750 euro, salvo eventuali detrazioni, il professionista (per es. un medico specialista con onorario che, in genere, oscilla da 150 a 250 euro per ogni visita di una decina di minuti, o un elettricista che, per la sola chiamata, vuole 50 euro) paga solo il 15%, cioè 9.945 euro, quasi 20.000 euro meno l’anno. Se però si trova nei primi cinque anni di attività, paga ancora meno perché l’aliquota è solo del 5%; non è un errore, è proprio così: lo Stato si accontenta di soli 3.315 euro l’anno. Si può fare una cosa così ingiusta, iniqua e indecente? Con la conseguenza di un costo per lo Stato, dovuto a minori entrate, di 3,49 miliardi di euro ogni anno? Si può violare, in maniera così altrettanto indecente ed evidente, la Costituzione, facendo scempio dell’art. 53: il sistema tributario è informato a criteri di progressività e si paga in base alla capacità contributiva. Con la flat tax non si rispetta nessuno dei due criteri. Ma il duo Giorgia Meloni & Matteo Salvini (che tutti ci invidiano, soprattutto quegli americani che si dovranno accontentare dei soli 5.000 euro, una tantum, di Trump, mentre, qui da noi, il beneficio, come si è appena visto, è di ben altra consistenza ed è pure annuale) vuole però raggiungere, nello spreco e nelle ingiustizie fiscali, vette inimmaginabili. Infatti ha già pensato di aumentare gli osceni, immorali e illegittimi privilegi della flat tax portando il limite a 100.000 euro l’anno. Tra silenzi e complicità imbarazzanti. Se ne è accorta solo la Corte dei Conti, che ha espresso forti critiche e rilievi critici per i conti pubblici, disparità di trattamento e profili di incostituzionalità. Invece, taciturni e impassibili, sono rimasti sia il Quirinale, dove c’è il “garante della Costituzione” e la Corte Costituzionale.

Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com – Agenzia Stampa Italia  


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