Giorgia ha tenuto a lungo la palla, ma ha fatto pochi gol e molti autogol
Da
qualche anno, alla fine delle partite di calcio, si comunica, per ogni squadra,
il tempo, in percentuale, del “possesso palla”. Un dato che conta poco o
niente, quel che vale, conta e interessa, è quanti gol sono stati realizzati. E
quando si è tenuta per lungo tempo la palla, senza riuscire a fare gol, è, come
appare evidente, un’aggravante. È un po’ quello che è successo - se
l’accostamento non appare blasfemo - a Giorgia Meloni e al suo governo, che,
oggi, celebra, esagerando un po’, il record di longevità. Giorgia Meloni ha
tenuto a lungo la palla per più di quattro anni, ma di gol ne ha fatti pochi,
sono stati di più - ahinoi - gli autogol. I giornalisti tifosi del centrodestra
e della Meloni - ci sia consentito ancora la metafora calcistica - hanno
celebrato il governo come se avesse fatto non solo molti gol, ma avesse
conquistato anche molti trofei, il tifo avverso, con altrettanti paginoni, ha ricordato,
impietosamente, gli autogol. Troppi faziosi, gli uni e gli altri. Un derby
giornalistico poco esaltante, e, alla fine, inutile e penoso. È successo che, quattro
anni fa, gli italiani, delusi, demoralizzati e scoraggiati dai governi
precedenti, non sapendo cosa fare, hanno pensato e deciso in massa: proviamo
con questa. Giorgia Meloni, con il suo modesto 4% di Fratelli d’Italia, si è
trovata così, improvvisamente, al 26%, e a palazzo Chigi. E con un’infinità di
posti da coprire, cominciando dai ministri, ha cercato e ha scelto - questo il
primo grave errore - come si scelgono gli amici per una scampagnata,
trascurando del tutto l’importanza delle funzioni e le necessità delle
competenze. Dal (quasi) cognato Lollobrigida alla Santanché, da Crosetto a
Sangiuliano, a Urso, altri le sono stati imposti dagli alleati: Casellati,
Nordio, Calderoli, oltre ai segretari e vice premier Salvini e Tajani. Insomma
se si esclude Giorgetti, un organico da squadra di serie B, di mezza
classifica, per una onorevole salvezza. E, in realtà, è quello che è avvenuto.
Con un autogol, grave e imperdonabile, in occasione del referendum sulla
giustizia. Non per la legge in sé, quanto per l’assurdo braccio di ferro con i
magistrati. Inconcepibile, perché è uscita, se non proprio distrutta, certo, gravemente
malconcia la credibilità del governo e della magistratura. La Meloni, in quella
occasione, proprio perché quella riforma appariva subito impopolare e divisiva
avrebbe dovuto inviare, da statista, questo semplice, elementare messaggio ai
cittadini: abbiamo approvato questa riforma perché, per noi, è necessaria e
utile alla giustizia, se, però, pensate che non sia così, votate
tranquillamente no, noi ne prenderemo atto serenamente, senza alcun problema. E
si sarebbero evitati mesi di risse indecorose tra i vari poteri dello Stato e,
la riforma, probabilmente, sarebbe stata pure confermata.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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