Le molte ombre di incostituzionalità della nuova legge elettorale in votazione in questi giorni

 

Non hanno fatto in tempo a festeggiare, qualche settimana fa, la longevità di questo governo, eletto ovviamente con l’attuale legge elettorale, che motivano la necessità di una nuova legge elettorale con il problema della governabilità, chiamato pure “nodo storico”, da qui, l’orribile, stabilicum. È la prima, imbarazzante e indigesta pietanza di foraggio fresco per il popolo bue. Poi ci sarebbe la Costituzione. Da rispettare. Cominciamo dal premio di 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunge il 42%. Sembra esagerato il “bottino” dei vincitori, anche se il numero elevato è sempre giustificato dalla necessità, per la maggioranza, di avere una quantità numerica consistente per durare tutta la legislatura, sapendo (anche dall’esperienza) che quando il governo si regge su pochi voti, nascono tentazioni di pressioni e ricatti. Altro punto contestato vivacemente dalle opposizioni è il numero di firme necessarie per presentare un partito che non ha già rappresentanza in Parlamento, che sale da 1500 a 6.000 firme, per collegio. Una enormità. La Costituzione, a questo proposito, all’art.49, dispone:” Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti…” Applicare alla lettera il dispositivo costituzionale può significare che ognuno è in condizione di fondare un partito, e, per questo, in maniera del tutto ragionevole, e sensata, da tempo, è prevista, consolidata, una raccolta di 1500 firme che rappresentano (rappresentavano) quel principio di ragionevolezza e proporzionalità condiviso dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale. Ora, però, con la nuova legge, l’obbligo è stato fatto salire a 6.000 firme per collegio: una esagerazione che di fatto riduce, se non addirittura rende irrealizzabile quel diritto di associarsi e di partecipare alla vita democratica. Ciò implica, per esempio, che Alessandro Onorato, assessore di Roma, leader di Progetto civico Italia, uno dei partiti di centro appena nato, per correre con una propria lista alle politiche del prossimo anno, deve trovare 450 mila firme. Impossibile o quasi. Così, di fatto, si nega, in maniera pure abbastanza evidente, un diritto costituzionale. C’è, poi, inoltre, previsto dalla nuova legge di riforma in questi giorni di nuovo alla Camera, in terza ed ultima lettura, l’obbligo, per liste e coalizioni, di indicare il nome e cognome del candidato alla presidenza del Consiglio, già al momento del deposito del contrassegno, da segnare nelle schede elettorali. Il nome serve - è stato detto - a designare la persona che il partito o la coalizione vincente suggerirà al presidente della Repubblica durante le consultazioni, nel rispetto delle prerogative costituzionali del Capo dello Stato. La spiegazione non è affatto convincente. Le cose non mi sembra stiano così. L’art. 92 della Costituzione, al secondo comma, stabilisce che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del consiglio e, su proposta di questo, i ministri”. Una prerogativa, esclusiva, del Capo dello Stato. Se, però, c’è un candidato premier che esce vincitore dalle urne e che ha ottenuto - cosa niente affatto trascurabile -  la investitura dagli elettori, da quel popolo che è sempre e comunque sovrano, il Presidente non si troverà più di fronte ad un “suggerimento”, come dicono, con la massima superficialità e incompetenza, i firmatari della nuova legge elettorale, bensì ad una “imposizione popolare”. Palesemente in conflitto con quell’autonomia, di scelta e di valutazioni, che la Costituzione, ancora in vigore, assegna al Capo dello Stato, dopo che questi abbia fatto le consultazioni, a questo punto, del tutto superflue e inutili. È una evidente modifica, subdola e surrettizia, della Costituzione. Un fatto gravissimo perché introduce il “premierato”, fiore all’occhiello di Giorgia Meloni, che non si è potuto fare con regolare riforma costituzionale. Da qui le legittime proteste e i possibili ricorsi ai giudici perché chiamino in causa la Corte Costituzionale, sempre che non arrivi, prima, l’altolà del Quirinale, che molti, anche tra costituzionalisti, si aspettano.

Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com – Agenzia Stampa Italia


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