Serve un Ct al campo largo per la sfida progressista a Giorgia Meloni
Dopo
la prevalenza dei no al referendum per la riforma della magistratura, il campo
largo, ovvero lo schieramento di sinistra che va dal Pd a Italia viva, passando
per il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, ha trovato nuova linfa, e
dilagante ottimismo, nel pensare di poter battere, nelle elezioni politiche del
prossimo anno, il centrodestra di Giorgia Meloni. La sconfitta nel referendum e
le varie dimissioni hanno inferto, non v’è alcun dubbio, profonde ferite al
governo e alla maggioranza, e, al di là dei sondaggi, ora appaiono tutti
deboli, se non proprio debolissimi. Tuttavia sbagliano, i leader della sinistra,
se pensano che tutti coloro che hanno detto no al quesito referendario saranno
pronti a votare per loro, con il conseguente successo, pressoché certo, alle
politiche del 2027. Non è affatto così, e commetterebbero un grave errore se
pensassero questo. La vittoria è ancora tutta da costruire. E non sarà facile,
perché le idee sono tante, ma confuse e controverse, come al solito.
Cominciando da come scegliere chi potrebbe fare il presidente del Consiglio.
Con il primo divisivo quesito: primarie sì o no? E se sì, farle come? Aperte o
chiuse? Cioè far votare solo gli iscritti ai partiti, come pensano nel Pd, o
aperte, nel senso che chiunque può andare a votare, come vorrebbero i 5 Stelle?
Fossi in loro, accantonerei subito la questione, semplicemente per il fatto che
le primarie non penso che, almeno in questa situazione, siano una buona idea, perché,
comunque, rimarranno scorie tossiche, che poi sarà difficile smaltire ed
eleminare del tutto. Se si riuscirà a convincere Giuseppe Conte, che è il più
accanito sostenitore delle primarie, si potrebbe, in alternativa, trovare un Commissario
Tecnico, come quello che serve alla Nazionale di calcio. Ma le primarie, per il
segretario dei 5 Stelle, sono, però, molto importanti, sono la scorciatoia, se
non proprio l’unica strada, per ritornare a palazzo Chigi. Forte, anche, dei
sondaggi di questi giorni che lo danno per vincente. D’altronde ai politici in
servizio permanente effettivo non piace molto l’idea di un esterno, come dice
la capogruppo alla Camera, Chiara Braga “non è più tempo di figure esterne ai
partiti”, ma, invece, potrebbe essere molto più utile un personaggio di
spessore, capace di coagulare, in un programma studiato e condiviso nei minimi
dettagli, strategie e interessi diversi, dall’economia alla politica estera per
una proposta alternativa convincente. E che non serva solo per le elezioni, ma farlo
in modo che regga per governare cinque anni. Cosa tutt’altro che facile, anzi, visti
i tanti galletti del campo largo, molto difficile, addirittura impossibile se a
capo del governo non ci sarà una persona autorevole e saggia. Che fare? Si era proposta, con impertinente ingenuità,
su Bloomberg, media statunitense, Silvia
Salis, sindaco di Genova, “se me lo chiedessero, davanti ad una richiesta
unitaria, sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazioni”.
Respinta, con perdite, prima dalla segretaria Elly Schlein: “È stata appena
eletta sindaco di Genova” e, poi, da Dario Franceschini: “Silvia Salis, una
leader ma per il futuro”. Quindi, stia in Liguria e pensi al municipio, questo
il messaggio chiaro che arriva dal Pd. Certo, la guida del governo è molto
ambita, ma, al di là dell’idiozia “uno vale uno”, non è per tutti. Allora, ecco
qualche idea, così, tanto per alimentare il dibattito, con tre personaggi che
sembrano di un’area moderata, il che non è affatto un dettaglio considerando
che lo schieramento è decisamente spostato a sinistra. In attesa di vedere che
fine farà la nuova legge elettorale, proposta dal governo e già presentata alle
Camere. Un candidato - ecco il tris d’assi - potrebbe essere Carlo Cottarelli, economista,
con tanti anni di esperienza alla Banca d’Italia e al Fondo monetario
internazionale. Nel 2018 ebbe, solo per qualche giorno, anche l’incarico, da parte
del presidente Mattarella, di formare il governo, vanificato da Salvini e Conte
che trovarono subito un accordo da cui nacque il primo governo giallo-verde. Un
altro, con il curriculum adeguato, potrebbe essere Ernesto Maria Ruffini,
avvocato, nipote del cardinale, per alcuni anni al vertice dell’Agenzia delle
Entrate. Come rappresentante del genere femminile, ci sarebbe pronta, anzi
prontissima, Rosy Bindi, Pd, ex ministra, cattolica, tosta quanto basta per
affrontare, senza conseguenze, la perigliosa navigazione che deve certamente
affrontare chi sale a palazzo Chigi. Ce ne sono tanti altri, naturalmente, però
anche tante scartine.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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