Dall'altare alle sabbie mobili, l'altalena politica di Giorgia Meloni
Giorgia
Meloni, nel dopo referendum, alla Camera e al Senato, ha fatto delle relazioni
che, per tanti versi, sono sembrate, addirittura, testamentarie; mostrando di
essere in palese difficoltà, certamente nel punto più basso, da quando, nel
settembre di quattro anni, ha vinto, in maniera sorprendentemente trionfale, le
elezioni. Il giudizio sul suo operato, per quello visto finora, non può che
essere insufficiente, ma più di lei, hanno fatto sicuramente peggio - più d’uno
in situazioni addirittura imbarazzanti - molti di quelli del suo entourage.
Giorgia, però, ci ha messo del suo. Anche negli atteggiamenti da tenere. Non so
se abbia qualche consulente addetto alla comunicazione, se lo ha, lo licenzi
prima possibile, è stato un disastro. Sì, credo che gli errori più gravi, a
volte imperdonabili, li ha commessi proprio nel comportamento che ha tenuto,
nella forma più che nella sostanza. Ma per la presidente del Consiglio le due
cose non possono essere distinte, sono complementari. Ho già avuto modo di
scriverlo, vale la pena ripeterlo: sbagliatissimo l’atteggiamento tenuto sul referendum,
perché è stato impostato non come una semplice valutazione da dare ad una legge
di riforma, sia pure importante con le modifiche di 7 articoli della
Costituzione, ma come a volere imporre con forza, a tutti i costi, una legge,
concepita, con presunzione ed arroganza, a palazzo Chigi, da uno dei suoi
peggiori e sciagurati collaboratori, cioè il ministro della giustizia, Carlo
Nordio. Una legge, al di là del contenuto, peraltro criticabilissimo, imposta
con prepotenza al Parlamento. Una forzatura inaccettabile e di inaudita
gravità. Ne è venuta fuori una sfida, con mesi di insulti e di insopportabili
risse, alla fine pure grottesca, inutile, ridicola, una battaglia da Don
Chisciotte e Sancio Panza (Nordio). Ora ci sono molti problemi, e di questa situazione
ne è consapevole pure l’opposizione, che già si lecca i baffi, ma sbaglia, come
ho già avuto modo di scrivere, se pensa che il più è fatto, per vincere, il
prossimo anno, le elezioni. Certamente la Meloni ha un anno difficilissimo
perché ogni giorno che passa ci sono problemi, sempre più gravi, sempre più di complicata
soluzione. Sul piano internazionale prima ancora che su quello interno.
Dobbiamo ammettere, con onestà intellettuale, che il rapporto con Donald Trump
non è solo complicato, è qualcosa di più e di diverso, è di natura kafkiana. E
con le guerre in corso, le decisioni sono sempre e comunque complesse. Sulle
questioni interne, però, Giorgia ha dimostrato di essere stata superficiale e,
pure, sprovveduta nell’aver dato fiducia, e assegnato competenze, a persone
assolutamente inadeguate. Un museo degli orrori prima ancora che degli errori:
da Sangiuliano a Delmastro, da Santanchè a Lollobrigida, al già citato Nordio. Tra
i peggiori, in verità, ci sarebbe anche Matteo Salvini, ma, in questo caso,
diciamo che la colpa è del destino, avverso e malevolo. Quel gigantesco pasticcio
che ha fatto con il generale Vannacci ha pochi precedenti. E, ora, non ci
voleva questo risveglio plateale, più insidioso di quanto si possa immaginare,
di Marina e Pier Silvio Berlusconi che, con il cavalier servente Gianni Letta,
hanno fortemente indebolito Antonio Tajani, disseminando di dubbi e incertezze l’appoggio,
prima granitico, di Forza Italia all’attuale maggioranza, guardando, nel
contempo, con ambiziose strategie, a futuri e possibili rimescolamenti
politici. Se, e come, Giorgia Meloni ce la farà ad uscire dalle sabbie mobili
in cui si trova lo vedremo, ma certo non sarà facile. Né per lei né per noi.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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