I partiti diventati padronali che condizionano la politica di una democrazia, fatalmente, zoppa
Sabino
Cassese, qualche giorno fa sul Corriere
della Sera ha scritto sul “fossato tra Stato e società”. E ha elencato i
mali di questo Stato, dove i cittadini, dopo aver conquistato con tante fatiche
il diritto di votare, ora non si recano più alle urne. È da condividere quello
che sostiene, ma l’analisi non mi è sembrata completa. “Le “forze” politiche
sono deboli, non riescono a raccogliere consensi di un Paese da cui sono
distanti e finiscono per ricevere quello che esse hanno dato, cioè molto poco.
Pochi iscritti, niente congressi, nessun programma, producono anche la
volatilità dell’elettorato, nel senso che questo cambia facilmente le scelte di
voto…scelte all’ultimo momento e scarsa fedeltà dell’elettorato ai partiti”. È tutto
vero ed è, anche, tutto conseguenziale e ovvio. Se un cittadino non sente “suo”
un partito è “libero” di cambiare idea o, addirittura, non andare nemmeno a
votare. Ecco il punto: perché non c’è più l’appartenenza ai vari partiti? Sì, certo, per quello che si è detto, ma la
causa principale mi pare sia sfuggita a Cassese: è che, violando la
Costituzione, i partiti sono diventati, quasi tutti, padronali, con, pure, i nomi
nel simbolo. E i cittadini, anche quelli che hanno la tessera, non contano
nulla. Si potrebbero fare tanti esempi, ma il caso più macroscopicamente
evidente è quello che avviene, spesso, in Forza Italia. Marina e Pier Silvio
Berlusconi decidono quello che deve fare Antonio Tajani in Forza Italia (ieri,
il titolo sul Corriere “Tajani vede
Marina per sbloccare FI”) ufficialmente segretario del partito (a suo tempo
scelto e nominato da Silvio Berlusconi) vicepremier e ministro degli Esteri. Significa,
quindi, che nell’asse ereditario di Silvio Berlusconi c’era anche il partito,
con i suoi 90 milioni di debiti, ora garantiti dagli eredi, e, per questo,
suppongo, si ritengano assoluti e unici proprietari del partito, sul quale
esercitano tutti i diritti previsti dalla proprietà, come fosse un terreno o un
fabbricato. Questo è di una gravità inaudita, oltre che inconcepibile e incostituzionale:
che due cittadini, senza avere ufficialmente alcun ruolo, e senza essere stati eletti,
siano arbitri assoluti della politica di un Paese. Perché se a Marina o a Pier
Silvio, o a entrambi, oltre a decidere la leadership del partito ed il cambio
del capogruppo al Senato, da Maurizio Gasparri, “dimissionario”, a Stefania
Craxi, dovesse venire in mente di fare - poniamo - la crisi di governo, lo
possono fare con disarmante facilità. Chiamano Tajani e gli dicono di ritirare la
fiducia di Forza Italia a Giorgia Meloni, la quale, senza maggioranza, sarebbe
costretta a dare le dimissioni. Quanto è lontana, lontanissima, quella “sovranità
che appartiene al popolo” di cui parla, nel deserto istituzionale, l’art.1
della Costituzione.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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