La diminuzione delle accise dimenticando che sono un (doppio) imbroglio.La pompa dei carburanti come uno sportello del fisco
Sarebbe
tutto ridicolo e grottesco se non fosse vero e drammatico. Giorgia Meloni cerca,
disperatamente, in tutti i modi, di rispondere a quella valanga di no che ha
visto al referendum. Ha capito che quei 14 milioni e mezzo di cittadini che sono
andati alle urne per dire no lo hanno fatto non solo perché non condividevano
la legge costituzionale, ma, soprattutto, perché non condividono quello che il
governo sta facendo per gestire questa situazione complessa, difficile e
delicata. La presidente del Consiglio, cestinata l’idea, suggerita da alcuni
sprovveduti, della crisi di governo e del possibile, ma con un assai improbabile
ritorno alle urne, peraltro con il rischio, concretissimo, di non rivedere più
palazzo Chigi, si sta dando da fare per trovare qualche soluzione. E, allora, è
andata a Gedda in Arabia Saudita, e, poi, in Quatar e negli Emirati Arabi Uniti,
in un blitz questuante per ottenere forniture di carburanti. Una mossa
disperata, ma necessaria, visto che le nostre politiche energetiche, impregnate
di demenziali ideologie, sono, da decenni, disastrose, per colpa, ovviamente,
non solo di questa maggioranza. C’è da contenere i salassi alle famiglie per
gli aumenti dei prezzi, cominciando dai beni di prima necessità, molti dei
quali del tutto immotivati, ma ormai siamo al “liberi tutti”, praticamente allo
sbando. Come si fa a fare finta di niente, e non mandare la Guardia di finanza
per accertare se era tutto regolare quello che ha fatto un distributore di
Milano che, già il 10 marzo scorso, ha improvvisamente fatto salire il prezzo
del diesel a 2,359 euro e della super a 2,379 euro, com’è documentato da una
foto dell’Ansa? Sono questi, ministro Giorgetti, gli extraprofitti indecenti da
punire più che da tassare. Intanto c’è stata la proroga, fino a tutto aprile, della
diminuzione di 25 centesimi delle accise sui carburanti. Ma cosa sono queste accise?
Sono tasse di scopo. Una sequela lunga di tasse, arrivate a 18, per finanziare
guerre, terremoti e alluvioni, cominciando dalla crisi di Suez (1956) fino
all’ultima, per il “decreto fare”, del 2014. Siccome non era possibile chiedere
ai cittadini automobilisti di pagare, dopo decenni, la tassa per la crisi di
Suez del 1956, per il Vajont e i fondi necessari per la ricostruzione a causa
dei vari terremoti, etc. qualche anno fa si è pensato di far dimenticare le origini,
cioè gli scopi per cui erano state messe queste accise, e, tutte e diciotto, sono
state inglobate in una sola tassa, facendo il pacchetto della indecenza. Un
gioco di prestigio come se così, le varie tasse, potessero diventare
giustificate e legittime. Non solo, su queste accise vergognose (non lo dico
solo io, lo hanno detto, un’infinità di volte, sia Giorgia Meloni che Matteo
Salvini) grava pure (ed è il secondo imbroglio) l’Iva del 22%. Un’ imposta
sulla tassa, quindi doppia tassazione, un’imposizione indebita, come sostiene, a
sezioni unite, anche la Cassazione, con la sentenza, 3671/97, dove è ribadito
il principio che “salvo deroga esplicita, un’imposta non costituisce mai base
imponibile per un’altra”, e perciò non può esser pagata l’Iva su un’altra tassa
come le accise. È vero che c’è, in senso contrario, una Direttiva europea, ma è
illuminante il chiarimento della Corte di giustizia, da cui si evince che
manca, nella procedura seguita per il recepimento della Direttiva, una deroga
specifica al principio generale. Questa commistione, la combinazione indebita, dell’accisa
e dell’Iva, pesa, tra il 55 % e, oltre, il 60 % del costo finale alla pompa, e
ha fatto incassare al fisco, nel 2019, 39,4 miliardi e nel 2020, 31,8 miliardi
di euro. I distributori di carburanti sono, di fatto, peraltro pure poco
mimetizzati, sportelli dell’Agenzia delle Entrate.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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