La lectio magistralis, sul Corriere, di Aldo Grasso, su Ranucci e il giornalismo d'inchiesta
Sulle
conseguenze dell’attentato a Sigfrido Ranucci, di cui è ritenuto responsabile (ora
in carcere) Valter Lavitola, “caro amico” del giornalista, conduttore di
Report, la nota trasmissione d’inchiesta della Rai, Aldo Grasso ha fatto una
lezione di alto livello sulle pagine del Corriere
della Sera. Grasso ha rilevato
alcuni vizi, tipici della tv, peraltro il suo pane quotidiano, visto che ha una
rubrica fissa sul giornale di Via Solferino “a fil di rete” e del mondo
televisivo è certamente uno dei massimi conoscitori. Verissimo il narcisismo.
“La tv - dice Grasso - ha un vizio antico: convince chi la frequenta di essere
molto importante di quanto sia. Il conduttore finisce per identificarsi con lo
spettacolo, lo spettacolo con una missione. A quel punto il giornalista rischia
di smarrire la misura del proprio ruolo, fino al paradosso di accostare la propria
vicenda a quella di Borsellino, Falcone e Moro”. È quello che è successo a
Ranucci e si è trattato certamente di un accostamento inopportuno e infelice. Decisamente
discutibili, non c’è alcun dubbio, anche le frequentazioni di Lavitola. Tutto
da condividere. Ci sono, tuttavia, dei passaggi, a proposito del giornalismo d’inchiesta,
e del “metodo Report” in particolare, che non convincono. Intanto trasformare
la frequentazione sulla (quasi) identificazione di Ranucci con Lavitola, e, da
qui, che si possa, addirittura, essere indotti a pensare “che non sia più lui a
governare le fonti, bensì le fonti a governare lui”, con la inevitabile perdita
di credibilità del giornalista, mi sembra un audace salto acrobatico non solo
eccessivo, fuori da ogni evidenza. Non pertinente mi è pure sembrato quel confronto
tra Gabanelli e Ranucci. “Il programma nacque con Milena Gabanelli dentro una
logica diversa, quasi artigianale: l’inchiesta era il centro e il giornalista
doveva, per quanto possibile, restare un passo indietro. Con Ranucci il format
ha alzato la temperatura, trasformando il giornalismo d’indagine in uno show
del giornalismo”. È vero, ma la questione non è questa, bisogna guardare altre
cose nel giornalismo d’inchiesta, conta la sostanza: le notizie, gli abusi
denunciati, le verità scomode. Il conduttore, seppure diventato,
volontariamente o involontariamente, personaggio, in questo genere di
trasmissioni è, comunque, poco importante, conta, semmai, al Festival di
Sanremo. Infatti si parla, per un anno intero, più del conduttore che delle
canzoni. Qui è un’altra cosa, deve essere un’altra cosa. “Report - scrive
ancora Grasso - ha suscitato sempre questa duplice sensazione: chi conosceva a
fondo l’argomento trattato vi scorgeva approssimazione e pregiudizio; chi non
lo conosceva si chiedeva cosa aspettasse la magistratura a rimettere il mondo
sui cardini”. Sono situazioni che si possono verificare, strano che sorprendano.
Il giornalista va oltre la semplice cronaca, svelando (cercando di trovare e
svelare fatti nascosti), abusi di potere o verità scomode, informando i
cittadini su questioni di pubblico interesse. È un lavoro difficile e, spesso,
è anche rischioso, del tutto normale che ci possa essere approssimazione. Grasso
non li ha mai visti i giornalisti di Report, e di qualsiasi altra trasmissione
scomoda, cacciati in malo modo, e qualche volta anche malmenati, da politici e
delinquenti che non vogliono intrusioni nella loro privacy malavitosa? Come si
fa, in queste condizioni, ad essere precisi? Poi si stupisce - sempre il
giornalista del Corriere - che quel genere di trasmissione induceva i
telespettatori a pensare, oltre che ad auspicare, un immediato intervento della
magistratura. Certo, a volte, erano vere e proprie denunce, che altro doveva
fare? Proprio questo. La verità è che questo giornalismo d’inchiesta - e mi
sorprende che Grasso non l’abbia colta - da qualsiasi parte provenga, dà molto fastidio
a tutti: dai mafiosi ai politici, ai delinquenti e ai corrotti di ogni genere.
Quello dei comunicati stampa o, peggio, quello servizievole, compiacente,
manipolato, sostanzialmente falso, dei maggiordomi, spacciati per giornalisti,
non mi piace, non mi pare sia nemmeno giornalismo. E, poi, è incredibile sentire, da parte di qualche
politico, che bisogna licenziare Ranucci perché ha danneggiato la Rai. Detto da
quelli che alla Camera e al Senato, seduti al loro fianco (quelle poche volte
in cui si degnano di andare) hanno colleghi responsabili di fatti gravi e
disdicevoli, diversi da quelli di Ranucci, lascia sbigottiti. Ricordando,
comunque, che, finora, il giornalista, almeno per la magistratura, è solo la vittima
di un attentato. Ma, al di là del giornalista, bisogna, in ogni caso, difendere
Report e tutto il giornalismo d’inchiesta, con tanti giornalisti che esercitano
con coraggio, a volte anche sotto scorta e con il rischio della vita, la
professione. Pazienza se, a volte, lo facciano con pregiudizio (inevitabile
trattando, spesso, di comportamenti malavitosi) e qualche approssimazione, cose
sottolineate con la matita rossa dal maestro Grasso. Nel mio piccolo, con
questo giornale online, dopo averlo fatto su vari quotidiani per quasi
cinquant’anni, anch’io continuo a fare il “cane da guardia” al potere politico
ed economico, informando correttamente i cittadini degli abusi, degli errori e
delle ingiustizie e così contribuire a difendere la democrazia e la libertà.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
Il tuo testo è, questo sì, un vera lezione di giornalismo.
RispondiEliminaSolo un giornalista indipendente come te , con mezzo secolo di esperienza sempre al servizio della verità può spiegare al pubblico cos'è il giornalismo d'inchiesta.
Bravo, bravissimo!
Carlo Palumbo.