Problemi dei minori violenti: il carcere non mi pare la soluzione
Com’è
noto Giorgia Meloni, con l’imputabilità dei minori tra i 14 e 18 anni, approvata
dal Consiglio dei ministri qualche giorno fa, intende risolvere, con il carcere,
i problemi dell’insicurezza e dell’allarme, che in tante città stanno
provocando gruppi di ragazzi violenti. La situazione non è, certamente, da
sottovalutare, semmai è da verificare se abbassare la soglia di responsabilità
penale sia la soluzione migliore, e se possa avere, oltre all’inevitabile
azione repressiva, anche, cosa molto più auspicabile, almeno l’effetto
dissuasivo. Il dibattito tra chi è favorevole alle decisioni del governo e chi
è contrario è piuttosto aspro e la questione è importante e delicata. I
giornali e le tv riportano, ogni giorno, violenze d’ogni genere, a volte
incredibili per l’età dei protagonisti, poco più che bambini. Perché? “Nell’adolescenza
- spiega al Corriere della Sera,
Massimo Ammaniti, neuropsichiatra infantile e professore onorario di Psicologia
dello sviluppo alla Sapienza di Roma - avvengono grandi trasformazioni che
riguardano i cambiamenti puberali, con forte aumento degli ormoni. E questi
spingono a comportamenti impulsivi, di opposizione, violenti. Essere consapevole
di sé e del pericolo, così come il controllo, sono abilità che maturano
completamente verso i 25 anni”. Le istituzioni, dunque, devono (dovrebbero)
essere consapevoli di queste situazioni e, allora, tra le principali cose da
fare c’è la comprensione e la prevenzione. Cose che avvengono sempre più di
rado. Con i cittadini, spesso, impulsivi e litigiosi, non più abituati al
rispetto reciproco, e la politica che ignora i problemi quotidiani dei
cittadini, ci sono tanti atteggiamenti che deludono e allontanano, dal dialogo
e dal confronto, le nuove generazioni. L’educazione dei giovani va divisa tra
la famiglia, la scuola, la società. I tre pilastri, oggi, vacillano. Le
famiglie si sbriciolano prima ancora di formarsi; la scuola fa solo, con poca
voglia e ancor meno risultati, il minimo indispensabile; rimane la società, che
spesso sopperisce agli altri due attori, e lo fa, sovente, in peggio. Eppure ci
sono tantissimi bravi ragazzi capaci, studiosi ed educati. È anche vero, però, che
l’adolescente è quasi sempre solo: in balia dei social, con lo smartphone
incollato all’orecchio. E il ragazzo difficile, senza una guida, si smarrisce
con estrema facilità. Le conseguenze sono quelle che riportano le cronache, ma
mandarlo in carcere significa ingigantire la sua (apparente) diversità, dare
una svolta violenta al suo segnale d’aiuto, seppure ambiguo e difficile, al suo
bisogno d’attenzione e d’affetto. No. Il carcere non è la soluzione.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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