Il ponte sullo Stretto di Messina bisogna farlo a tutti i costi, anche con qualche "aiutino" come sospettano i magistrati di Roma

 

Si sono mobilitati in tanti: semplici cittadini, associazioni ambientaliste, tecnici di altissimo livello, economisti, sindaci, parlamentari, partiti politici. Niente. La creatura, partorita, non si sa come e perché, da Matteo Salvini, s’ha da fare. Costi quel che costi, in senso lato: dai 4 miliardi di euro di venti anni fa ai 13,5 di oggi, dalla significativa partecipazione privata, prevista allora, a tutto a carico dello Stato. Ora, c’è pure un’inchiesta della magistratura che inquieta e rende ancora più travagliato il cammino, offrendo altri e maggiori elementi per riflettere. Vediamo. Uno degli ostacoli, per il via definitivo ai lavori, è stata la delibera del Cipess (Comitato Interministeriale per la Programmazione e lo Sviluppo Sostenibile) da 13, 5 miliardi di euro, bocciata dalla Corte dei conti per alcuni rilievi di non poco conto. Invece di adeguarsi ai rilevi della Corte si è cercato di aggirare il problema, “contattando” i giudici contabili. Lo pensano il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi e l’aggiunto Giuseppe De Falco che hanno aperto un’inchiesta e disposto perquisizioni e sequestri. L’ipotesi di reato è corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio nei confronti dell’imprenditore Vincenzo Virgiglio, l’avvocato, ex dirigente della Lega ed ex amministratore della società “Stretto di Messina”, Giacomo Francesco Saccomanno e l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti, Tommaso Miele, andato in pensione il 23 febbraio scorso. Virgiglio e Saccomanno approfittando della bulimia di incarichi di Mele, che si vanta di “avere avuto una decina di incarichi uno più grosso dell’altro” gli fanno balenare la possibilità di un altro “grosso” incarico, appena la pensione (febbraio scorso) in cambio di un aiuto nelle decisioni della Corte. Secondo i magistrati inquirenti, Mieli avrebbe riferito segreti di ufficio, confessando, tra l’altro, di essere stato, durante l’esame del dossier sul ponte, “assolutamente non allineato a questi deficienti di miei colleghi”. Ma poiché uno solo non bastava, i pm romani ritengono che gli indagati abbiano “svolto alcune manovre per coinvolgere altri giudici della Corte al fine di influenzare il controllo di legittimità”. Ma se le procedure erano tutte regolari che bisogno c’era di fare questi interventi, un po’, diciamo, fuori dalle righe e dentro il codice penale? Ammesso, naturalmente, che siano stati veramente fatti, come sembrano dimostrare le molte intercettazioni che sono all’esame della magistratura. E senza che ne sappia nulla Pietro Ciucci, amministratore delegato della “Stretto di Messina Spa” la società che ha il compito di far fare l’opera, il quale è rimasto sorpreso e stupito dalle notizie che arrivano dalla procura di Roma. Ma se non l’hanno fatto nell’interesse della società “Stretto di Messina Spa” perché l’hanno fatto? Mistero. Intanto, immancabili, puntuali, immediate e compatte sono arrivate le reazioni del centro destra, con i giornali di complemento al seguito, nel vedere, con il solito occhio clinico, un evidente attacco dei magistrati nei confronti di Matteo Salvini. Questo perché la magistratura, non contenta di indagare sul ponte, pensa anche ad altro. Da Belluno stanno indagando per concorso nella turbata libertà nella gara d’appalto della commessa più rilevante dei Giochi Olimpici, Milano Cortina, 35 milioni di euro per la cabinovia Apollonio-Socrepes. E tra gli indagati c’è pure Elisabetta Pellegrini, dirigente al ministero delle Infrastrutture, braccio destro di Matteo Salvini. Insomma al ministro i magistrati non danno tregua, da Sud a Nord. Un vero e proprio “accerchiamento” dice Libero. E, poi ci sarebbe, volendo, anche se in questo non c’entra Salvini, un altro passaggio estremamente importante, che i magistrati di Roma dovrebbero approfondire con molta attenzione. Si tratta delle penali miliardarie, enormi ed esagerate, che sono state definite, non si sa da chi e con quale delega, a favore del consorzio Webuild-Eurolink in caso in cui l’opera non si dovesse fare. Intanto l’intervento della magistratura potrebbe fermare definitivamente il progetto, come peraltro chiede tutto il campo largo della sinistra, e la cosa dovrebbe farmi piacere perché sono sempre stato, con decine di articoli, decisamente contrario. E, invece no, avrei voluto che la politica avesse preso coscienza e, in maniera responsabile, avesse riconosciuto che si tratta di un’opera costosissima, con tantissimi problemi, che potrà creare disastri in una zona sismica di primo grado, bellissima dal punto di vista paesaggistico e ambientale. Si tratta, poi, ma non è un dettaglio, di un’opera del tutto inutile, che, però, non si vuole assolutamente ammettere. Eppure emerge, in maniera inconfutabile, macroscopicamente evidente, pure da questi semplicissimi calcoli. Gli abitanti di Reggio Calabria, attualmente, per arrivare a Messina, impiegano, con navi e aliscafi, dai 35 ai 20 minuti. Dopo, dovranno percorrere 16,4 km per arrivare al ponte, poi ne dovranno fare 3,3 per attraversarlo e, giunti in Sicilia, a Torre Faro, ne dovranno fare altri 14,7 per arrivare a Messina. Con un percorso lungo 34,4 km raggiungeranno, finalmente, la meta. Vi pare sia questa la soluzione migliore? Però è questa quella “veloce”, che si è inventata Salvini e che costa decine di miliardi.

Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com – Agenzia Stampa Italia   



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