Qualche semplice e spontanea domanda sulla riforma della magistratura e il referendum
Immaginate
per qualche minuto di vivere in un Paese normale, in cui è stata approvata dal Parlamento,
concepita dal governo, una legge che cambia sette articoli della Costituzione e
divide le carriere dei magistrati. In questo Paese normale, Giorgia Meloni,
presidente del Consiglio dei ministri, sarebbe andata in televisione e, a reti
più o meno unificate, avrebbe detto: cari connazionali, io e la mia maggioranza
abbiamo votato, e approvato, una legge perché abbiamo pensato che sarebbe
necessario modificare alcuni articoli della Costituzione riguardanti la
magistratura. Appena possibile pubblicheremo una breve spiegazione, semplice e accessibile
a tutti, del perché, e quali saranno i vantaggi, e gli eventuali svantaggi, per
tutti noi cittadini di questo Paese. Vorremmo che ci fosse anche il vostro voto
per la conferma della legge e, per questo, il 23 e il 24 marzo, vi invitiamo a
votare sì al referendum; ma se la riforma non vi dovesse convincere del tutto votate
tranquillamente no, noi ne prenderemo diligentemente nota, e ci adegueremo.
Fine. La prima, semplice, ingenua e spontanea domanda è: perché non è successo questo?
Se la legge interessa solo i cittadini comuni, come vogliono far credere, e non,
soprattutto, i politici e i loro poteri, che interesse c’era di scatenare una
guerra, intossicando i cittadini con il falso, continuo e sistematico. Quando tutti dicono che la riforma - almeno questo
punto è condiviso ed evidentissimo a tutti - non risolverà i due veri problemi
della giustizia, cioè gli errori dei magistrati e le lungaggini, tirare fuori,
ogni giorno, la pur tristissima vicenda di Enzo Tortora, non è solo indecente e
vergognoso, è, soprattutto, sospettoso, perché porta a ritenere che non ci siano
fatti che dimostrino, praticamente, l’utilità di questa riforma, e, da ciò, che
i fini siano sottesi, non quelli indicati. Ma, poi, c’è, a chiarire ogni dubbio,
Carlo Nordio, ministro della giustizia, padre putativo della riforma, quando si
chiede, per far colpo sull’opinione pubblica, in maniera retorica, chi
controlla la magistratura? Intende ricordare che c’è un vuoto che, in qualche
modo, bisogna, prima possibile, colmare, nonostante il baluardo dell’art. 104
della Costituzione che dice “la magistratura costituisce un ordine autonomo e
indipendente da ogni altro potere”. Che significa chiedersi chi la controlla? Ma
Nordio è infallibile negli autogol, l’ultimo, dal Corriere della Sera di ieri: “Bisogna superare la disomogeneità da
procura a procura sulla priorità dei reati da perseguire: la procura X la dà ai
delitti contro le donne, un’altra a quelli dei colletti bianchi (un chiodo
fisso, chissà perché, ndr), la terza
all’ambiente. Ognuna fa quello che le pare. Bisogna trovare un criterio in modo
che tutte abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste”. Disastrosa
prospettiva, almeno per due ragioni: la prima perché non è che i reati siano
dappertutto uguali, né come numero e ancor meno come genere, la seconda perché
se ai pm gli viene imposto chi devono indagare (da chi, poi? Dal potere
politico?) vuol semplicemente dire che non sono più né autonomi né indipendenti.
L’indipendenza della magistratura, invece, è fondamentale, indispensabile in
ogni democrazia. Lo si è visto negli Stati Uniti: solo la Corte suprema è
riuscita a fermare le straripanti, stravaganti e pericolose decisioni di Donald
Trump, imponendo l’obbligo, anche al potentissimo presidente, di rispettare la
legge. Un segnale forte, che spazza via ogni incertezza su quanto sia necessaria
l’assoluta indipendenza dei magistrati.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
Ottime domande. Complimenti!
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