La nuova riforma elettorale della longevità, bizzarro paradosso, bocciata da 126 costituzionalisti
Cominciamo
dal bizzarro paradosso. Bisogna sapere che Giorgia Meloni, che non perde
occasione di menar vanto per la durata del suo governo, oggi, per la precisione,
sono 1292 giorni, ha pensato bene di concepire una nuova legge elettorale che
ha (dice di avere) come scopo principale quello di consentire una maggiore
durata ai governi, infatti l’hanno chiamata (in maniera orribile) stabilicum. Le cose sono due: o non è
vero che sia questa la ragione principale o è una riforma che non serviva,
vista la longevità del suo governo. Già bocciata da noi, il 3 aprile scorso con
l’articolo “Palazzo Chigi sforna un’altra
riforma, quella elettorale, più indigeribile di quella costituzionale”.
Ieri, 126 costituzionalisti, tra i più autorevoli, hanno sottoscritto un
documento per far conoscere all’opinione pubblica le “rilevanti criticità dal
punto di vista costituzionale” che essi hanno ravvisato nella nuova legge
elettorale, concepita dal governo e
presentata alla Camera. I docenti non hanno condiviso “l’impostazione di fondo
non conciliabile con i principi della democrazia rappresentativa, in
particolare con le liste bloccate e su un premio abnorme”. Fa piacere essere in
così qualificata compagnia perché noi, nel nostro piccolo, avevamo notato il
peso eccessivo del “premio di governabilità”. E l’effetto abnorme che potrebbe
provocare. La coalizione che raggiunge il 40% - questa la principale novità - avrà,
in “premio”, 70 deputati in più alla Camera e 35 senatori aggiuntivi al Senato.
Se non si raggiunge questa soglia, si ricorre, per aggiudicarsi il “premio”, al
ballottaggio, tra le due coalizioni che abbiano ottenuto almeno il 35% dei voti.
Succede, dunque, se verrà approvata questa legge, che il premio è assegnato
allo schieramento che raggiunge il 40%, ma il calcolo non viene fatto sugli
aventi diritto al voto, ma su quelli che andranno a votare. Così, se a votare
ci va, poniamo, il 45%, basta solo un’insignificante minoranza, con solo il 18
% (40% del 45%) per ottenere la maggioranza assoluta (40 % + il premio 15 %, fa
il 55% dei seggi) e governare il Paese. Non solo, qualcuno che ha fatto i
calcoli, ha concluso dicendo che, con questi premi, la maggioranza, che nel
frattempo ha vinto le elezioni, nell’assemblea dei grandi elettori per eleggere
il successore di Sergio Mattarella - che,
come si sa, è composta dai deputati, dai senatori e dai delegati regionali (tre
per ogni regione, uno per la Valle d’Aosta) – avrà anche i numeri per eleggere,
da sola, senza bisogno dei voti dell’opposizione, il nuovo presidente della
Repubblica. Ci sarebbe, quindi, una maggioranza (che poi sarebbe in realtà una
minoranza) pigliatutto, ed è evidente che non può andare bene. Così come non
può andare bene, e diventa indigeribile è la parte della riforma che non
prevede le preferenze. Cosa che induce, vista l’inutilità, a non andare a
votare. Non come prima, peggio di prima. A decidere i deputati e i senatori,
cioè l’intero, futuro Parlamento, l’organo più importante dello Stato
democratico, sarebbero ancora una volta i segretari dei partiti che decideranno
di scegliere i candidati tra consorte, parenti, amici, sodali, al posto del
“popolo sovrano”, come dice (a chi?) e impone (a chi?) la Costituzione. Una
vergogna, incostituzionale, mostruosa. È questo quello che è inserito nel testo
della nuova legge elettorale, in tre articoli e 43 pagine, che, ora, Giorgia
Meloni cerca di condividere con l’opposizione che, invece, si rifiuta perché ritiene
che “non ci siano le condizioni per il dialogo”, considerando il testo
“irricevibile”.
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
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