La sconcertante normativa a maglie larghe che impedisce il contrasto dei fenomeni criminali, l'allarme del procuratore antimafia
Più
che un “invito a riflettere” appare, piuttosto, e purtroppo, un grido di
allarme serio e preoccupante quello che il procuratore nazionale antimafia e
antiterrorismo, Gianni Melillo, ha mandato al ministro della Giustizia, Carlo
Nordio e al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, oltre che alla presidente
della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo. “L’effetto della
riforma - ha scritto il procuratore - si
è rivelato oltremodo grave e allarmante in ragione dell’obiettivo arretramento
della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità
organizzata e terrorismo”. Ma in Parlamento capiscono quando approvano le
riforme? Il quesito è inquietante perché le risposte sono solo due: o non si
rendono conto degli effetti delle leggi che approvano, o le capiscono, ne sono
perfettamente consapevoli, e lo fanno per aiutare e proteggere le mafie e il
terrorismo. E delle due non si sa qual è peggio. Ma i fatti sono questi,
chiari, evidenti, sconcertanti e di inaudita gravità. Il riferimento è al D.l.
del 2023.”Disposizioni urgenti in materia di processo penale”. Prevede -
riporta il Corriere della Sera - che
i colloqui registrati nell’ambito di un’indagine non possono diventare fonte di
prova per ulteriori inchieste e approfondimenti, anche quando si intravede la
commissione di nuovi illeciti, salvo che risultino indispensabili per l’accertamento
di delitti per i quali è obbligatorio l’arresto in flagranza. In sostanza
restano immuni dall’utilizzo di intercettazioni raccolte in procedimenti
diversi tutti i reati dei colletti bianchi che collaborano con le
organizzazioni criminali, provocando “un sostanziale arretramento dell’efficacia
dell’azione di contrasto a quei fenomeni”. Si sorprende il procuratore Melillo
di queste incredibili facilitazioni alle mafie, che sono però sconvolgenti
tanto sono gravi. “Risulta possibile utilizzare le intercettazioni di altro
procedimento per perseguire i delitti di intercettazione di denaro o cose
provenienti da rapina, estorsione e furto aggravato ma non per provare delitti
di riciclaggio mafioso, così come possono usarsi nei procedimenti per detenzione
di un documento di identificazione falso ma non in quelli di scambio
elettorale-mafioso”. E, ancora, “si potranno utilizzare per un delitto di
truffa aggravata ma non quando si procede per casi di indebita compensazione di
crediti fiscali e previdenziali di imprese mafiose per decine di milioni di
euro”. Insomma “c’è stato - conclude
Melillo - un complessivo e progressivamente
sempre più grave indebolimento degli sforzi di contrasto dei più pericolosi
fenomeni criminali”. È incredibile come si possano approvare queste norme, che sembrano
partorite dall’audace estro dell’ufficio legislativo delle mafie, e leggere poi
(una perla di Giovanni Donzelli, FdI) che questo è “il governo che ha
combattuto la mafia più di tutti”. La notizia, data lunedì in grande evidenza
dal Corriere, ha sorpreso e indignato
un po’ tutti, così tanto che si è svegliata anche la cosiddetta opposizione, con
le scontatissime dichiarazioni di circostanza, ma che, evidentemente, allora,
tre anni fa, era in letargo e non si è accorta di nulla e delle modifiche
all’art.270 del codice di procedura penale. Piantedosi, destinatario di uno
degli “inviti a riflettere” di Melillo, ha detto che dopo “l’autorevole
segnalazione” ne parlerà con la premier. Ma se non ci fosse stata “l’autorevole
segnalazione” e l’intera pagina del Corriere
cosa sarebbe successo?
Fortunato Vinci – www.lidealiberale.com
– Agenzia Stampa Italia
Commenti
Posta un commento